Estate 2013, primo giorno di lavoro in un’azienda di telecomunicazioni: mi viene chiesto di scrivere una nota sulla proposta di scorporo della rete di TIM.

Autunno 2015, primo mese di Dottorato in Inghilterra: un ex-collega in Agcom mi chiama per commentare la nuova proposta di Tim per la governance della rete.

Febbraio 2018, mi sto avvicinando alla fine del dottorato e – ormai ci sono abituato – leggo che TIM ha lanciato un nuovo piano per la separazione della rete.

Della mia breve ma intensa carriera nelle telecomunicazioni, lo scorporo della rete di TIM è stato un ritornello costante. In 5 anni, 3 piani sono stati avanzati e discussi in innumerevoli incontri, seminari, articoli, riunioni, etc. Nel frattempo, ho cambiato 3 lavori e traslocato 2 volte, ma Telecom è ancora il monopolista verticalmente integrato di sempre… Tanto rumore per nulla?

Certamente, in questi 5 anni sono cambiate tantissime altre cose nel mercato italiano:

Insomma, è indubbio che rispetto a 5 anni fa il mercato abbia fatto grandi progressi. Restano grandi questioni irrisolte, a partire dal digital divide che nega alle aree rurali una grande opportunità di sviluppo e ad una domanda di servizi digitali che stenta a consolidarsi. Ma siamo sicuri che la separazione della rete sia la risposta giusta a questi problemi?

Oggi i giornali riportano l’entusiasmo di politici e mercati finanziari per la proposta di TIM. Non vorrei guastare l’aria di festa, ma ho seri motivi per dubitare che la separazione della rete di TIM sia la soluzione a tutti i mali che frenano lo sviluppo digitale del paese. Infatti, l’esperienza di altri mercati dimostra, piuttosto, che qualsiasi forma di separazione della rete comporta più rogne che benefici.

In Nuova Zelanda e Australia, le Telecom locali sono state scorporate da anni e acquistate dai rispetti governi nell’ambito di iniziative pubbliche per lo sviluppo della banda ultralarga. Entrambi i progetti, però, si sono rivelati ben più complessi del previsto e a pagarne le spese è stato il contribuente.

Qualche numero? Nel 2010, il governo australiano ha acquistato la rete dell’ex-monopolista per 11 miliardi di dollari australiani (AUD) nel 2010. Sei anni dopo, ha assegnato allo stesso ex-monopolista un nuovo contratto da 1.6 miliardi di AUD per disegnare e costruire la nuova rete. Nel frattempo, i costi per realizzare una rete pubblica nazionale sono lievitati: il governo aveva programmato una spesa di 43 miliardi di AUD per una rete FTTH e invece ne spenderà 49 per una rete FTTC… non un grande affare per il contribuente australiano!

Nel Regno Unito, la separazione funzionale (introdotta nel 2005) ha favorito un’intensa concorrenza sui servizi, ma non ha stimolato alcuna concorrenza infrastrutturale su larga scala. I grandi operatori – nomi come Sky e Vodafone, per intenderci – non hanno realizzati reti alternative e BT ha investito, per ora, quasi esclusivamente in reti FTTC. Di recente, Ofcom ha imposto la separazione strutturale dell’ex-monopolista nel tentativo di promuovere ulteriori investimenti in reti FTTH. Di fatto, però, le poche reti FTTH attive nel paese sono state realizzate da operatori alternativi di piccole dimensioni (come discusso nel mio recente paper), per i quali la separazione strutturale di BT è più una minaccia che un’opportunità.

Visti i precedenti, AGCOM dovrebbe valutare con attenzione costi e benefici dello scorporo, tenendo conto del contesto competitivo nazionale. Quali sono le conseguenze di tali operazioni sugli investimenti privati già in atto? Quali le conseguenze sul piano del Governo? Se l’obiettivo (neppure troppo nascosto) è giungere alla fusione della rete di TIM con Open Fiber, allora il rischio di deprimere la dinamica competitiva che ha spinto gli investimenti negli ultimi anni diventa altissimo. 

Proprio quando la concorrenza tra reti stava iniziando a funzionare anche nel nostro paese! Per dirla à la Nietzsche: non è il nostro un eterno precipitare?

 

Eteerno ritorno

 

3 thoughts on “L’eterno ritorno dello scorporo della rete

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